imparare dagli errori

Cavallo in libertà: la solitudine decisionale di chi lavora davvero con i cavalli

Quando lavori con un cavallo in libertà c’è un momento in cui il rumore di fondo scompare. Restate solo in due e qualcuno deve decidere.

Non è un esercizio spettacolare, non c’è pubblico, musica o applausi. Spesso non c’è nemmeno un testimone, eppure è lì che si gioca una delle parti più profonde del rapporto uomo cavallo: nel momento in cui l’addestratore capisce che nessuno può decidere al posto suo.

Lavorare con un cavallo in libertà: cosa significa davvero

Il lavoro in libertà viene spesso raccontato come una forma pura, quasi poetica, di relazione con il cavallo. È tutto vero, ma solo in parte. In realtà dietro l’immagine del cavallo libero, senza redini né finimenti, esiste un aspetto molto meno romantico e molto più concreto.

Quando il cavallo è in libertà, l’uomo rinuncia consapevolmente a qualsiasi strumento di controllo immediato. Non può correggere con un gesto meccanico, non può “tenere” una situazione che sfugge. Può solo leggere, prevedere, scegliere.

Ed è qui che nasce la solitudine decisionale: ogni passo avanti o indietro, ogni richiesta, ogni silenzio ha conseguenze. Non c’è margine per l’improvvisazione.

Rapporto uomo cavallo: ascolto, non suggestione

Si parla spesso di comunicazione profonda, di empatia, perfino di telepatia. Ma chi lavora seriamente con i cavalli in libertà sa che il cuore del problema non è “sentire di più”, bensì osservare meglio.

Il cavallo comunica in continuazione: con il corpo, con il respiro, con la postura. L’addestratore che è davvero solo con lui deve saper riconoscere segnali minimi e prendere decisioni rapide. Anticipare un’esitazione, prevenire una fuga, interrompere prima che la tensione salga.

In questo senso, la solitudine non è isolamento emotivo, ma assunzione di responsabilità. Non si può attribuire al cavallo ciò che nasce da una scelta umana sbagliata o fuori tempo.

Il rischio nel lavoro con i cavalli: una variabile, non un incidente

Chi lavora con un cavallo in libertà accetta un dato di fatto: il rischio non è un imprevisto, ma una componente strutturale. Il cavallo è un animale potente, reattivo, dotato di istinti che non possono essere spenti, solo compresi.

Nel lavoro in libertà, il rischio aumenta perché diminuiscono le barriere. Ma aumenta anche la qualità della relazione, se l’uomo è all’altezza della situazione. Qui il confine tra coraggio e incoscienza è sottile e spesso invisibile dall’esterno.

Il pubblico vede una figura, un esercizio, un momento suggestivo. L’addestratore vive una sequenza di micro-decisioni che iniziano molto prima e finiscono molto dopo quel gesto.

Fiducia tra uomo e cavallo: una costruzione lenta

Fiducia è una parola abusata. Tuttavia, nel lavoro con i cavalli in libertà assume un significato preciso. Non è cieca, non è automatica, non è garantita. È una costruzione lenta, fatta di coerenza, prevedibilità e rispetto.

Il cavallo si fida quando riconosce nell’uomo una guida affidabile, non quando viene messo sotto pressione. L’uomo, a sua volta, deve saper distinguere tra fiducia reale e semplice tolleranza.

Nel libro Io sono Drago. Giuseppe Colapinto: the arabian dream di Rossella Montemurro, emerge con forza questo aspetto attraverso l’esperienza di Giuseppe Colapinto: il lavoro con il cavallo non è mai separato da una riflessione continua sulle proprie scelte.

Cavalli in libertà e responsabilità umana

C’è un punto che spesso viene evitato: lavorare con un cavallo in libertà non rende l’uomo “più naturale” o “più autentico” per definizione. Lo rende semplicemente più esposto.

Ogni errore pesa di più. Ogni decisione sbagliata ha conseguenze immediate. E questo obbliga a una forma di onestà che non tutti sono disposti a praticare. La vera solitudine dell’addestratore non è stare da solo nel campo, ma sapere che nessuno potrà giustificare una scelta fatta senza ascolto o senza preparazione.

Ironia e leggerezza: una strategia, non una fuga

Nel racconto di questo mondo trovano spazio anche momenti più leggeri, figure ironiche, situazioni che avvicinano il pubblico al cavallo senza intimidirlo. Ma anche questo è frutto di una scelta consapevole. Usare l’ironia non significa sminuire il lavoro, ma renderlo leggibile. È un modo per creare cultura, non per semplificare il contenuto.

Una riflessione che resta aperta

Lavorare con un cavallo in libertà significa accettare una domanda che non ha risposta definitiva:
quanto siamo davvero pronti a prenderci la responsabilità delle nostre decisioni?

Perché quando resti solo, lì in mezzo al campo, non stai solo lavorando con un cavallo. Stai dichiarando il tuo modo di stare al mondo.

E adesso?

Se questo tema ti ha colpito, il passo successivo è approfondire.
Nel libro di Rossella Montemurro, Io sono Drago. Giuseppe Colapinto: the arabian dream, troverai storie, immagini e riflessioni che ampliano questo discorso e mostrano cosa significa davvero lavorare con i cavalli in libertà, senza scorciatoie.

Leggere è il primo passo per capire. Decidere, il secondo.

Io sono Drago  di Rossella Montemurro non è solo una storia di uomini e cavalli. È un invito ad ascoltare.

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Immagine in evidenza: foto di Gianvito De Novellis

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