C’è una scena che appartiene al quotidiano di ogni maneggio: l’istruttore di equitazione al centro del campo che analizza il difetto d’assetto dell’allievo e confeziona una spiegazione impeccabile, nitida, irreprensibile dal punto di vista biomeccanico. L’allievo annuisce convinto, parte al galoppo e… compie esattamente l’azione opposta a quella appena concordata.
Quanti istruttori hanno vissuto questo momento di silenziosa frustrazione? E quanti si sono chiesti, almeno una volta, se il problema risiedesse nella distrazione di chi ascolta o nell’efficacia di chi spiega?
La risposta della pedagogia equestre classica è sorprendente: l’allievo ha capito benissimo la logica, ma il suo corpo ha obbedito a tutt’altro padrone. Per trasformare le lezioni di equitazione da un ciclo continuo di frustrazioni in un percorso di reale progresso, occorre smettere di parlare alla mente e iniziare a parlare ai riflessi.
Quando un allievo si trova sopra un animale di quattrocento chili che accelera o cambia equilibrio improvvisamente, la sua corteccia cerebrale – la sede del ragionamento logico – viene temporaneamente bypassata dall’istinto di autoconservazione.
In quel preciso istante si attivano i cosiddetti movimenti involontari: la mano tira le redini, le spalle si irrigidiscono, le gambe scattano in avanti. Non si tratta di disobbedienza o scarsa applicazione. È la biologia che prende il sopravvento attraverso la “contrazione muscolare per simpatia”, per cui un muscolo che si contrae ne richiama altri per pura autodifesa.
Pretendere che un principiante fermi un riflesso neuro-muscolare semplicemente “pensandoci” o rievocando la spiegazione teorica dell’istruttore è un’illusione metodologica. Poiché il difetto nasce al di fuori della volontà del cavaliere, continuare a spiegarlo con le parole è un esercizio di stile del tutto sterile.
Nel suo celebre volume Scritti Equestri, il generale Francesco Amalfi dedica riflessioni illuminanti alla dinamica tra allievo e maestro. Amalfi identifica con rara precisione il dilemma dell’insegnamento: se per chi impara il più grande ostacolo sono i movimenti involontari, per chi insegna vedere paralizzato il proprio lavoro da questi automatismi è la sfida quotidiana.
Per superare questo stallo, l’autore non suggerisce lezioni teoriche più lunghe, ma delinea un vero e proprio framework per l’istruttore, basato su tre pilastri fondamentali:
L’abilità dell’istruttore sta nel discernere l’origine reale dell’errore. Molto spesso ci si accanisce sull’effetto visibile – come una mano rigida – senza capire che la causa profonda è un bacino bloccato o una contrazione per simpatia che parte dalla coscia.
Essendo il vizio d’assetto del tutto estraneo alla volontà dell’allievo, Amalfi scrive che “il più delle volte sono inutili i ragionamenti e le spiegazioni”. La genialità del maestro risiede nel trovare l’espediente pratico, l’esercizio immediato o la scorciatoia corporea capace di correggere l’effetto senza passare dalla teoria.
Riscrivere un automatismo muscolare richiede tempo. L’insegnante deve armarsi di una pazienza incrollabile per insistere con calma fino a quando l’abitudine non si sia trasformata in una “nuova natura” e un nuovo istinto equestre.
Un esempio pratico di questo approccio riguarda l’uso del galoppo come strumento correttivo. Di fronte a un allievo rigido, la reazione di molti insegnanti è quella di rallentare il lavoro. Amalfi sostiene l’esatto contrario: è il galoppo prolungato la vera “ginnastica naturale” capace di spezzare le contrazioni.
Poiché al galoppo le oscillazioni del cavallo sono più ampie, il cavaliere che si irrigidisce viene dislocato dalla sella, mentre chi si rilassa trova immediatamente l’equilibrio. Non serve spiegare all’allievo come rilassarsi: è la fisica stessa dell’andatura che lo costringe a cercare la solidità nella decontrazione. L’espediente pratico ha sostituito la spiegazione.
Accettare che la didattica equestre non sia una conferenza ma una riprogrammazione dei riflessi cambia radicalmente la vita in maneggio. Quando l’istruttore smette di frustrarsi di fronte al ripetersi dell’errore e inizia a cercare l’espediente pratico capace di agire sull’istinto, il percorso d’apprendimento si sblocca.
L’equitazione è l’arte di fondere due corpi in movimento; pretendere di farlo solo con la parola parlata significa fermarsi alla superficie dell’insegnamento.
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