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Meglio un cavallo dalla morfologia impeccabile o uno dal carattere generoso e dalle prestazioni eccellenti? Se oggi questo dilemma anima i corridoi dei maneggi e i dibattiti tra allevatori, sappiate che la questione affonda le sue radici ben sei secoli fa. Già nel Trecento, la cultura equestre si interrogava su cosa rendesse davvero “perfetto” un cavallo.
A tracciare una linea di demarcazione fondamentale tra l’estetica pura e la funzionalità fu Lorenzo Rusio, un influente marescalcus de Urbe (veterinario di Roma) e familiaris del cardinale Napoleone Orsini. Nel suo celebre trattato De cura equorum, composto tra il 1301 e il 1307, il maestro romano sintetizzò una visione rivoluzionaria per l’epoca: la vera bellezza di un cavallo risiede nella sua bontà, ma l’unione armonica di entrambe rappresenta l’apice dell’ideale equestre.
Nel Medioevo, il cavallo non era un semplice compagno di svago, ma uno strumento essenziale di lavoro, trasporto e guerra. Di conseguenza, il valore pratico dell’animale doveva necessariamente prevalere sull’aspetto esteriore.
Rusio lo spiega con straordinaria limpidezza nel Capitolo VI del suo trattato, dedicato al “merito” e alla bontà dell’animale: succede spesso che un cavallo sia brutto, male formato e di brutto colore, e tuttavia sia molto buono; per la sua bontà e il suo merito il cavallo deve essere tenuto caro, poiché l’uomo desidera la bontà più che la bellezza. Ma se il cavallo avesse la bellezza congiunta alla bontà, sarebbe assai meglio.
Il principio filosofico e pratico è chiaro: la “bontà”, intesa come salute robusta, carattere docile e attitudine al lavoro, riscatta qualsiasi difetto estetico («la bonitate delu cavallu se scusa da laidezza»). Tuttavia, quando l’armonia morfologica si fonde con la generosità d’animo, il cavallo raggiunge lo stato di perfezione.
Nel definire la morfologia ideale, Rusio propone paragoni evocativi e naturalistici. Il cavallo perfetto deve avere:
Leggendo le pagine del De cura equorum, si scopre con sorpresa quanto la sensibilità nei confronti del benessere del cavallo fosse già avanzata. Lungi dall’essere un’epoca dominata unicamente dalla sottomissione violenta, il Trecento di Rusio promuoveva indicazioni addestrative basate sulla dolcezza e sul rispetto dei ritmi naturali.
Come si costruiva la sicurezza e la forza d’animo di un cavallo medievale? Con la desensibilizzazione progressiva. Rusio suggeriva di condurre spesso il cavallo in città, facendolo passare accanto alle fucine dei fabbri dove si ferravano gli zoccoli o nei luoghi affollati e rumorosi. Esporre l’animale allo strepito cittadino, prima in compagnia di un cavallo esperto e poi da solo, serviva a donargli audacia e tranquillità.
La figura e l’opera di Lorenzo Rusio rappresentano una tappa fondamentale nell’evoluzione dell’ippologia italiana ed europea. Il suo trattato godette di un successo straordinario: copiato e tradotto in volgare (celebre l’edizione in volgare siciliano del XIV secolo), fu poi stampato a partire dal Quattrocento e continuamente ripubblicato fino al Seicento.
Per chi desidera approfondire le radici della nostra tradizione e scoprire come si è evoluto il pensiero sui cavalli nel corso dei secoli, questo capitolo trova la sua collocazione naturale nell’opera Antologia della letteratura equestre italiana. Da Federico II a Federico Caprilli di Mario Gennero. Il libro raccoglie e contestualizza i testi più significativi che hanno formato la cultura equestre nel nostro Paese.
Alla fine di questo viaggio nel Trecento, la lezione di Lorenzo Rusio appare più attuale che mai. In un mondo moderno spesso affascinato dalla bellezza patinata o dai mantelli rari, il marescalcus romano ci ricorda che la vera nobiltà del cavallo risiede nella sua disponibilità, nella sua salute organica e nel suo equilibrio mentale.
Un cavallo morfologicamente perfetto ma inaffidabile rimarrà sempre un’opera d’arte incompleta. Un cavallo dal cuore grande, invece, saprà sempre superare i propri limiti anatomici per donare al suo cavaliere un’esperienza di unione autentica.
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