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Dalla forza all’empatia: la sorprendente storia dell’equitazione

Come vedevano il cavallo nel Medioevo? Scopri l’evoluzione del pensiero equestre attraverso i metodi di Teodorico da Cervia e cosa possiamo salvare oggi.

Se potessimo viaggiare nel tempo fino al XIII secolo e camminare tra le scuderie di un nobile o di un monastero, l’atmosfera che respireremmo ci sembrerebbe aliena. Non vedremmo istruttori parlare di “connessione profonda”, né cavalieri intenti a decifrare il linguaggio del corpo del proprio destriero. Troveremmo, invece, una concezione del cavallo radicalmente diversa dalla nostra. Oggi consideriamo l’etologia e il benessere animale come pilastri imprescindibili, ma per comprendere appieno dove siamo arrivati, dobbiamo guardare indietro. Come si è passati da un approccio puramente utilitaristico alla moderna sensibilità? La risposta è scritta nelle pagine dei primi trattati della nostra tradizione.

L’evoluzione del pensiero equestre: quando il cavallo era una macchina

Nel Medioevo, e in generale prima della nascita delle grandi accademie rinascimentali, il cavallo non era un compagno di sport o un amico con cui entrare in sintonia. Era il motore della società: un mezzo di trasporto vitale, uno strumento di lavoro agricolo e, soprattutto, un’arma da guerra decisiva.

Di conseguenza, l’approccio dei cavalieri e dei maniscalchi dell’epoca era prettamente meccanico e coercitivo. I comportamenti che oggi definiremmo come manifestazioni di disagio, paura o dolore – come il rifiuto di avanzare, il mordere o il vizio di rotolarsi nell’acqua – non venivano interpretati psicologicamente. Erano considerati alla stregua di “ingranaggi difettosi” o patologie fisiche da correggere con soluzioni drastiche, spesso basate sulla forza o sul dolore.

Se un cavallo era restio (ovvero si piantava e si rifiutava di obbedire), la risposta non era cercare di capire cosa lo spaventasse. Si ricorreva a metodi severissimi. Ne parla in modo emblematico il medico e vescovo Teodorico da Cervia nel suo trattato Mulomedicina, un’opera fondamentale databile alla fine del XIII secolo, contenuta nel prezioso volume Antologia della letteratura equestre italiana.

Tra chirurgia correttiva e bizzarre convinzioni medievali

L’assenza di una prospettiva psicologica ed etologica spingeva la medicina veterinaria del tempo a cercare soluzioni chirurgiche o anatomiche a problemi di natura puramente comportamentale.

Il “trapano” contro il vizio del morso

Un esempio lampante di questa mentalità riguarda il cavallo che morde. Oggi un istruttore cercherebbe l’origine dell’aggressività nella gestione dello spazio, nel dolore gastrico o nella dominanza. Nel Medioevo si pensava che il problema risiedesse letteralmente nei denti dell’animale. Teodorico da Cervia consigliava infatti di limare i denti superiori e inferiori e di forarli con un trapano molto sottile. La convinzione dell’epoca era che, facendo passare l’aria attraverso i fori, al cavallo sarebbe stato fisicamente impedito l’atto di mordere. Nei casi più gravi, si arrivava all’estrazione dei premolari o al taglio parziale della lingua con le forbici.

La gestione dell’acqua

Allo stesso modo, se un cavallo amava rotolarsi nell’acqua durante il guado di un fiume – un comportamento rischioso per il cavaliere e per i bagagli – il rimedio non era la desensibilizzazione progressiva. Il trattato suggerisce che il cavaliere rimanesse in sella, spingendo con il freno la testa del cavallo interamente sott’acqua per fargli entrare l’acqua nelle orecchie, infliggendogli una “grandissima angustia” affinché perdesse il vizio per puro terrore.

Cosa possiamo salvare oggi della scuderia antica?

Davanti a simili racconti, la tentazione moderna è quella di liquidare la gestione medievale come un’epoca di pura e sterile crudeltà. Sarebbe un errore prospettico. Sebbene i metodi di addestramento fossero spietati, la gestione quotidiana della scuderia e la cura fisica del cavallo nascondevano intuizioni di sorprendente lungimiranza, che l’equitazione moderna ha conservato e convalidato.

Ecco cosa salviamo (e applichiamo tuttora) di quell’antico sapere:

  • Il defaticamento progressivo: Teodorico raccomanda caldamente che, al termine di un lungo e faticoso cammino, non si tolga subito la sella al cavallo. Suggerisce invece di allentare il sottopancia e farlo camminare al passo finché non si sia stabilizzato e asciugato dal sudore. È esattamente ciò che ogni cavaliere fa oggi dopo una sessione di lavoro o una gara di endurance per prevenire coliche e problemi muscolari.
  • La cura termica: il testo descrive l’uso di bagnare il corpo del cavallo stanco con acqua fredda in estate per rinfrescarlo, e con acqua calda in inverno, una pratica di idroterapia elementare ma efficacissima.
  • La protezione dello zoccolo: anche prima dell’avvento della ferratura moderna standardizzata, la salute del piede era tutto. I trattati medievali insistevano sulla pulizia profonda dal fango e sull’applicazione di unguenti nutrienti per rigenerare l’unghia consumata dal logorio del viaggio.

Un viaggio nel tempo per capire il presente

L’evoluzione del pensiero equestre è lo specchio dell’evoluzione umana. Siamo passati da un’epoca in cui il cavallo era uno strumento meccanico da dominare con la forza a un presente in cui cerchiamo la sua collaborazione volontaria attraverso l’etologia. Conoscere le origini di questa transizione non serve a giudicare il passato con la nostra sensibilità, ma a comprendere il valore immenso della cultura equestre che abbiamo ereditato.

Ogni volta che allentiamo il sottopancia al nostro cavallo alla fine di una sessione, stiamo ripetendo un gesto che un uomo d’arme o un monaco compiva settecento anni fa, nel cortile di una scuderia medievale.

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